quinta-feira, 19 de novembro de 2009

...

18/11 - STF autoriza extraditar Battisti; Lula dará palavra final

http://www.averdadesufocada.com



Gilmar Mendes desempatou o placar da votação e autorizou a extradição

18 de novembro de 2009
Foto: Fabio Rodrigues Pozzebom/Agência Brasil

Keila Santana - Direto de Brasília

O Supremo Tribunal Federal (STF) decidiu por cinco votos a quatro que está nas mãos do presidente da República a decisão de cumprir a extradição do italiano Cesare Battisti. O relator do caso, ministro Cezar Peluso, viu o placar ser revertido à tese apresentada por ele após o voto do ministro Carlos Ayres Britto. Ele foi o único que teve voto diferente da primeira parte do julgamento (pela extradição), mas ficou a favor da palavra final ser do presidente Lula.

Battisti, ex-ativista do grupo Proletários Armados pelo Comunismo (PAC), foi condenado à prisão perpétua na Itália em 1983 por supostamente ter coordenado o assassinato de quatro pessoas entre 1977 e 1979. Ele foi preso em março de 2007 no Rio de Janeiro e o governo italiano pediu sua extradição em maio do mesmo ano. Sob o argumento de "fundado temor de perseguição", o ministro da Justiça, Tarso Genro, concedeu status de refugiado político ao italiano em janeiro. O Comitê Nacional para os Refugiados (Conare) havia dado parecer contrário ao refúgio. A maioria dos ministros do STF votou a favor da extradição.

"O processo extraditório começa no Executivo e termina no Executivo. O Judiciário comparece no processo apenas como rito de passagem necessário", disse Britto. O ministro afirmou que a soberania do presidente deve ser respeitada e que o STF não julga o mérito da extradição, mas apenas sua legalidade. Citando o tratado entre Brasil e Itália, Ayres Britto afirmou que o chefe do Executivo poderá supor fatores prejudiciais ao extraditando e vetar o envio do estrangeiro.

A autonomia concedida ao presidente Lula para decidir sobre o destino de Cesare Battisti foi um entendimento seguido pelos ministros Eros Grau, Carmem Lúcia, Marco Aurélio Mello e Joaquim Barbosa, que afirmaram que a competência para devolver um extraditando é do presidente da República.

Os outros quatro ministros, Gilmar Mendes, Cezar Peluso, Ricardo Lewandovisky e Ellen Gracie interpretaram de forma diferente o tratado bilateral de extradição assinado entre o Brasil e a Itália em 1989.

O relator Cezar Peluso alertou que deixar a palavra final sobre a extradição de Battisti para o Executivo pode prolongar sem motivação a prisão do italiano no Brasil, já que ele perdeu com a decisão do STF o caráter de refugiado. "É injustificável manter Cesare Battisti preso por tempo indeterminado apenas pela vontade do governo em não devolvê-lo à Itália. É uma crueldade estatal de manter o homem preso a título nenhum", disse.

Peluso disse ainda que seria um descrédito internacional para o Brasil ser classificado como país que não cumpre tratados bilaterais. "Essas são as razões pelas quais não posso conceber que o presidente da República tenha o poder discricionário de por mera conveniência ou oportunidade ou juízo político deixar de cumprir uma extradição cujo pedido ele próprio encaminhou ao STF", disse Peluso.

O ministro Gilmar Mendes, presidente do STF, afirmou que a decisão do tribunal a favor da extradição não é apenas autorizativa e sim imperativa ao Executivo. "Supremo não é órgão de consulta. Não há espaço para escolha quanto a observância da decisão do Supremo", disse Mendes.




O que pensam os Italianos
?


Associazione Italiana Vittime del Terrorismo


http://www.vittimeterrorismo.it/iniziative/battisti.htm


All’Ambasciata del Brasile
Piazza Navona, 14
00186 Roma via e-mail info@ambrasile.it



Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, ha scritto al Vostro Presidente Inàcio Lula da Silva, esprimendo «stupore e rammarico» a proposito della decisione del governo brasiliano di riconoscere lo stato di “rifugiato politico” al terrorista dei Proletari Armati per il Comunismo Cesare Battisti, rendendosi interprete della vivissima emozione e della comprensibile reazione che una così grave decisione ha suscitato nell’intera comunità nazionale ed in tutte le forze politiche italiane.

Noi cittadini italiani, europei e italo-brasiliani, l’Associazione Italiana Vittime del terrorismo-Aiviter, che rappresenta i famigliari degli assassinati e le vittime superstiti degli anni di piombo in Italia, subiamo da anni le conseguenze di una distorta rappresentazione dei fatti originata in Francia dalla “dottrina Mitterrand”, che pare ora estendersi anche al Brasile.

Il terrorismo ha causato in Italia, tra attentati e stragi, circa 500 morti e migliaia feriti. Questi crimini sono stati frutto di un delirio ideologico che nulla aveva a che fare con il confronto politico democratico. Infatti, negli Anni ’70, non vi fu in Italia una guerra civile, né un' insurrezione antifascista, poiché il paese era governato da un esecutivo democraticamente eletto, retto da leggi democratiche garantite da un sistema giudiziario imparziale e garantista. I terroristi non furono pertanto i vinti di una presunta guerra, ma scellerati delinquenti organizzati in gruppuscoli che cercarono di coprire i loro delitti con pretese giustificazioni politiche. La responsabilità di questi atti delittuosi non può che essere e restare individuale.

Battisti, come altri terroristi latitanti in Francia o in altri paesi, non può essere scambiato per una vittima. Queste sono ben altre e hanno i nomi di Santoro, Campagna, Sabbadin e Torregiani, cioè gli uomini di cui lui, direttamente o con altri, ha pianificato ed eseguito l’assassinio. Battisti è stato giudicato in tre gradi di giudizio e condannato sulla base non solo delle confessioni di complici, ma sulla base di altre molteplici prove e testimonianze. La sentenza, confermata in appello e parzialmente riformata in Cassazione, fu l'ergastolo.

Il fatto che in Francia Cesare Battisti sia diventato scrittore, che siano passati decenni dai fatti di cui si è reso responsabile, che quasi tutti gli ex terroristi rimasti in Italia siano ormai fuori dal carcere, non implica che il futuro di un cittadino italiano debba essere deciso dalla dottrina Mitterrand o dagli imputati medesimi e dai loro amici intellettuali: l’omicidio non si prescrive e i killer latitanti spesso dimostrano di non considerare sbagliata la loro antica condotta, come nel caso di Battisti. La sua vita e la sua salute sono più che garantite, come possono testimoniare i suoi antichi compagni terroristi. Il loro futuro può essere definito solo in Italia, perché qui sono stati commessi i delitti e qui sono sepolti i morti che hanno provocato.

Vi invitiamo pertanto a tornare sulla vostra decisione ! Vi chiediamo il rispetto della nostra giustizia che, in questo caso, ha dalla sua la forza del diritto naturale al rispetto della vita umana, che non può essere barattato con assurde pretese « umanitarie ».

...

Con la negazione dell'estradizione da parte del Brasile è stata infangata la memoria delle vittime.


ragazzi di Azione Giovani Roma che hanno esposto dei cartelli con scritto:
"Battisti, estradizione subito".

La vicenda giudiziaria di Cesare Battisti, superlatitante degli anni di piomo

Ricordate la vicenda di Cesare Battisti?
La sua vicenda giudiziaria ha tenuto banco per mesi sulle cronache non solo italiane.
L’ex leader dei Proletari armati per il comunismo, uno dei superlatitanti degli anni di piombo fuggito dall'Italia e rifugiato in Francia, fu arrestato a Parigi ed era in procinto di essere estradato in Italia per scontare i diversi ergastoli a lui inflitti dalla giustizia italiana.
Cesare Battisti, infatti, è stato condannato con sentenze definitive all'ergastolo e ad un periodo di isolamento diurno, oltre che per banda armata, rapine, armi, gambizzazioni, per ben quattro omicidi: in due di essi (omicidio del maresciallo degli allora Agenti di Custodia Antonio Santoro, Udine 6 giugno 1978; omicidio dell’agente Andrea Campagna, Milano 19 aprile 1979), egli sparò materialmente in testa o alle spalle delle vittime; per un terzo (Lino Sabbadin, macellaio, ucciso aMestre il 16 febbraio 1979) partecipò materialmente facendo da copertura armata al killer Diego Giacomini; per il quarto (Pieluigi Torregiani, Milano 16 febbraio 1979) fu condannato come co-ideatore e co-organizzatore. Gli omicidi Sabbadin e Torregiani, infatti, furono compiuti a distanza di un' ora l'uno dall'altro, nello stesso giorno (16 febbraio 1979, appunto, a pochi giorni dagli omicidi di Guido Rossa ed Emilio Alessandrini), perché responsabili, secondo “la giustizia proletaria”, di avere reagito a rapine che avevano subito poco tempo prima. Furono uccisi perché mai avrebbero dovuto reagire ai proletari costretti alle rapine per sopravvivere. La stessa organizzazione (Proletari Armati per il Comunismo, Pac), di cui Battisti era uno dei capì, organizzò i due omicidi in contemporanea per darvi maggior risalto: un gruppo agì a Mestre (tra essi Battisti), un altro a Milano.
Battisti, dunque, avrebbe dovuto essere estradato in Italia per finire nelle patrie galere e scontare le giuste pene inflittegli per i suoi agghiaccianti omicidi. Sennonché, nel marzo 2004 la Chambre d'Instruction della corte d'Appello ha accolto la richiesta di rilascio avanzata dai legali dell'italiano rifugiato dal 1990 in Francia, ritenendo i magistrati parigini che vi fosse il pericolo di fuga dell’assassino. Di fatto, Cesare Battisti è latitante perché ha lasciato la Francia. Il terrorista manca all'appello ''almeno da sabato 14 agosto 2004, data della sua ultima firma al servizio di controllo giudiziario di Parigi.”.
Una vergogna: a un terrorista assassino, giudicato colpevole con sentenze passate in giudicato, è stato permesso di fuggire e non pagare per gli omicidi commessi!
Come appartenenti alle Forze dell’Ordine e cittadini dell'Europa non possiamo che rimanere esterefatti ed amareggiati di fronte alla campagna di opinione che, in Francia, è stata scatenata intorno alla vicenda. Ne sono stati protagonisti non solo e non tanto i latitanti italiani che vivono in Francia ormai da molti anni, ma giornali autorevoli (Le Monde in testa), la lobby degli scrittori di sinistra (molto potente Oltralpe) ed una vasta area di “intellettuali”, di politici e di amministratori locali: tutti costoro hanno sostenuto che la condanna di Cesare Battisti fu frutto dell'azione della magistratura italiana italiana allineata alle logiche emergenziali dell'epoca, che quella sentenza è figlia di una giustizia applicata senza rispetto per le garanzie dei cittadini e che la cattura dell'estradando - dipinto più o meno come un eroe senza macchia e senza paura - è un favore che il governo francese avrebbe inteso rendere al governo Berlusconi. Per chi ha vissuto quegli anni operando nel settore del terrorismo, vedendo i colleghi e tanti cittadini inermi cadere sotto il piombo delle Br, di Prima Linea e di altri gruppi di folli criminali, queste giornate di ‘revisione storica’ del recente passato del nostro Paese sono deludenti e tristi: sembra di essere tornati indietro di 20/25 anni e di rivedere e risentire quanti (tra loro, persino alcuni magistrati stessi!) accusavano la magistratura di derive autoritarie ed antidemocratiche.
Da qualche tempo è uscito nelle librerie francesi un libro («Génération Battisti», edizioni Plon) del giornalista Guillaume Perrault che denuncia i pregiudizi e gli abbagli della sinistra francese e l’arroganza dei sessantottini sul caso del terrorista italiano chiamato Battisti. Lo hanno descritto molto bene Massimo Nava sul Corriere della Sera e Daniele Zappalà su Avvenire.
Come un turista della politica, il giovane cronista si avventura in un mondo esotico e sconosciuto, dove le categorie del pensiero e della morale comune rispondono a logiche diverse e gli ideali ad un sogno rivoluzionario incompiuto (il Sessantotto), a un trauma della società civile (l’affare Dreyfus), a un riflesso culturale (il Jean Valjean dei Miserabili ). È un mondo di ciechi che vedono un’altra realtà, d’intelligenti che spiegano senza capire, di politici che agiscono senza sapere, di parole che hanno un altro significato, di bugie così radicate e convinte da sembrare persino oneste. Questo mondo è la Francia del 2004, dove un caso di estradizione - persino banale nella sua dimensione giudiziaria (un ex terrorista ricercato e condannato per quattro omicidi) - è diventato affaire politico, disputa intellettuale, lacerante questione etica fra due sinistre, quella francese (contraria all’estradizione) e quella italiana (favorevole). Nei panni dell’esploratore che prova a capire il proprio Paese e che conclude il viaggio con tante scuse agli amici italiani, Guillaume Perrault, giornalista del Figaro, ripercorre l’affaire Battisti, l’ex terrorista rifugiato in Francia, protetto da un’interpretazione disinvolta della cosiddetta «dottrina Mitterrand» - l’impegno dell’ex presidente a dare ospitalità ai ricercati dalla giustizia italiana negli anni di piombo - reclamato dal governo Berlusconi e datosi alla fuga dopo la sentenza della magistratura francese che riconobbe la legittimità della richiesta di estradizione.
Cesare Battisti, evaso dal carcere e arrivato in Francia negli anni Novanta, non è un terrorista qualsiasi, collocabile in quella linea d’ombra che divide le responsabilità penali dal ravvedimento e dalla liquidazione morale di anni vissuti pericolosamente. È « anche» uno scrittore di successo, libri gialli pubblicati dalla prestigiosa Gallimard. È «anche», senza dubbio, un uomo che ha cambiato vita e che in Francia ha messo su famiglia. È « anche», a suo modo, lo specchio deformato delle passioni e dei sogni di una generazione che ha rinnegato gli atti senza fare i conti con le motivazioni degli atti stessi.
Perciò è più difficile accettare di vederlo in manette, rispondere alla domanda di giustizia delle vittime, sottomettersi ad una resa dei conti comunque tardiva. Meglio rispolverare lo spirito rivoluzionario della giovinezza, innescare campagne di solidarietà, manifestare e cantare davanti al carcere dove l’«eroe» appare con il pugno al cielo. E soprattutto, confinare la coscienza civile italiana, la lotta popolare al terrorismo (sconfitto dalla gente e non da una svolta autoritaria, come si crede a Parigi) e il lavoro dei giudici in una minestra ideologica che mescola anni di piombo e Berlusconi, leggi speciali e derive democratiche.
Così, nel corto circuito della memoria e della politica, si compie - come scrive Perrault - la farsa tragica in cui si agitano scrittori e intellettuali del calibro di Philippe Sollers, Daniel Pennac, Bernard-Henri Lévy e politici di primo piano come il sindaco di Parigi, che mette Battisti «sotto la protezione della città», o come il segretario socialista Hollande, che va a trovare l’ex terrorista in carcere. Si mobilitano sindacati, circoli culturali, associazioni, movimenti. Il coro di solidarietà è quasi unanime sulla stampa, con qualche voce isolata sul Figaro e un tardivo ravvedimento da parte di Le Monde.
Secondo l’attenta ricostruzione di Perrault, circolano anche menzogne deliberate, interpretazioni di comodo dei processi (come la falsa tesi che Battisti sarebbe stato condannato solo sulla base della testimonianza di pentiti), pregiudizi sulla «dottrina Mitterrand» (che non disse mai di voler ospitare terroristi macchiatisi di fatti di sangue). Ma in generale - più delle falsificazioni di comodo - pesano l’ignoranza della vicenda giudiziaria e una lettura ideologica e romantica. Le polemiche che il giornalista riapre non riguardano tanto la manipolazione di alcuni, ma la buona fede di molti, ovvero l’adesione acritica ad un caso giudiziario trasformato in caso di coscienza. «Non difendo Battisti, ma la giustizia, l’Italia, l’Europa», scrive ad esempio Bernard-Henri Lévy.
Nelle raccolte di firme e nelle dichiarazioni pubbliche di solidarietà, Battisti-Dreyfus sembra dunque la vittima di tre svolte autoritarie combinate fra loro in epoche diverse: l’Italia «cilena» degli anni Settanta, l’Italia di Castelli e Berlusconi e la Francia di Chirac e Sarkozy che rinnega quella di Sartre e Mitterrand. Il tutto con la beffa finale, perché Battisti-Dreyfus saluta i compagni della rive gauche in pena per lui, elude abilmente i poliziotti che lo seguono sulla metropolitana e sparisce. «Così forse sono contenti tutti, l’imbarazzo è risolto, ma l’accumulo di negligenze resta inspiegabile», annota Perrault.
Il cronista-esploratore è naturalmente convinto della colpevolezza di Battisti, della correttezza formale della magistratura italiana e dell’analisi della nostra sinistra sul caso, ma non è questa la parte più stimolante della sua esplorazione. Perrault si spinge con coraggio e disincanto nel territorio francese del «politicamente corretto», nei meandri delle false coscienze di una generazione che ha come riferimento identitario «l’aver fatto il Sessantotto» e che ha conquistato posti di potere e responsabilità in tutti gli ambiti della società senza metabolizzare il proprio bagaglio ideologico. Al di là del caso Battisti, i risultati sono l’arroganza di chi si sente depositario di verità, il protagonismo narcisista, la delegittimazione di chi la pensa diversamente, la presunzione di dar lezioni di morale e cultura a tutti, il professionismo della petizione, la supponenza nazionalistica di rappresentare l’«unica» patria dei diritti dell’uomo.
Vizi e atteggiamenti che mortificano il riformismo e il rinnovamento pragmatico della sinistra francese. «Non potendo fare la rivoluzione nel proprio Paese, si continua a sognarla altrove. Continua ad esistere il bisogno di provare a se stessi di essere sempre di sinistra e di non essersi allontanati da un ideale», nota nella prefazione un lucidissimo e anziano intellettuale socialista: Gilles Martinet, ex ambasciatore in Italia. «L’abbaglio è colossale e continua», insiste Perrault, il quale nota con amara ironia che il primo a raccontarlo, fra le righe di vicende autobiografiche, è proprio Cesare Battisti. Bastava leggere i suoi romanzi di successo.
C’è da augurarsi che presto il libro venga tradotto anche in Italia, dove non sono mancati – anche qui! – gli omologhi italiani di quella classe di intellettuali (sic!) e di esponenti del politically correct francese che hanno ‘santificato’ Cesare Battisti e mortificato la memoria delle persone da lui uccise e i ricordo dei familiari e degli amici.
Gentaglia alla quale va, naturalmente, il mio disprezzo assoluto.

Roberto Martinelli


.

segunda-feira, 10 de agosto de 2009







quinta-feira, 23 de julho de 2009



Onde está o

"Ó"

do

borogodÓ ???


hummmm..................

onde?

hein?
Não entendi!




Onde?


oh!
Meu Brasil bananil!



quinta-feira, 9 de julho de 2009

Infelizmente
estamos recebendo esse tipo de presente.

Pensando bem, acho che quem mandou para o Brasil,
sabia bem

que
"aqui é o lugar".